“Serenades”, uscito nel 1993 (circa un anno dopo l’ep di debutto) e’ il primo grande successo degli Anathema. Questo album suscitò infatti un grandissimo interesse nella scena doom metal dell’epoca, e gli Anathema guadagnarono tantissimi appassionati (addirittura c’è chi preferisce questo loro periodo iniziale alle evoluzioni successive).
Il cammino musicale che la band seguiva all’epoca era chiaramente diretto da Darren White, così in questo album troviamo tanti pezzi tipicamente doom, lenti e sfibranti, con un Darren che ancora utilizza un cantato growl al posto della voce sofferta che userà poi su “Pentecost III” (che, diciamolo chiaramente, io apprezzo di più). Caratteristica tipica di questi pezzi doom è però una specie di “fratturazione” che si sente su molte composizioni, nonché certe aperture tipicamente dark che ogni tanto fanno la loro comparsa.
Una cosa che va segnalata è però il fatto che gli Anathema non solo all’epoca inserivano questi nuovi elementi all’interno delle loro composizioni, ma soprattutto sentivano già la necessità di non chiudersi all’interno di un genere specifico, e durante il disco fanno infatti la loro comparsa alcuni episodi (di cui parlerò) che stupiscono non poco all’interno di un disco del genere che la band proponeva…
“Serenades” si apre con “Lovelorn Rhapsody”, classico pezzo alla Anathema prima maniera, lento e scandito dalla voce growlante triste e rabbiosa di Darren, accompagnata dalle tipiche “fratture chitarristiche”, contenente nella parte centrale una apertura in cui delle atmosfere molto darkeggianti si affiancano alla pesantezza del doom. Prosegue su questa scia anche “Sweet Tears”, un po’ meno “monolitica” della precedente composizione e più aperta ai passaggi atmosferici delle chitarre e alle atmosfere darkeggianti. E con “J’ai Fait Une Promesse” arriva la prima sorpresa… dopo due brani come quelli precedenti fa infatti la sua comparsa un breve pezzo che si apre con una voce femminile che canta in francese senza accompagnamento (solo ad un certo punto entrerà ad accompagnarla una chitarra acustica) una dolce nenia molto folkeggiante davvero affascinante… La tristezza che scaturisce da questo brano è molto diversa da quella che scaturiva dai brani precedenti, ma in qualche maniera si incastra perfettamente con il resto del lavoro, e lo arricchisce. Segue “They (Will Always) Die”, rielaborazione di un lungo pezzo gia’ presente su “The Crestfallen EP”, ennesimo “pantano doom” lento e cadenzato con inserti astmosferici. E poi ecco un’altra sorpresa: “Sleepless” !! Che la band fosse influenzata dal dark si era capito, ma come aspettarsi un pezzo in puro stile “The Sisters Of Mercy”? Tanto più che il pezzo vale, essendo chiaramente ispirato al sound dalle sorelle, ma risultando comunque sentito e convincente!! Gli Anathema non sono mai stati una band totalmente doom, la voglia di esplorare nuovi orizzonti ha sempre fatto parte del loro dna, e questo è davvero un grande merito… E non facciamo in tempo a riprenderci dallo shock che un macigno sonico come “Sleep In Sanity”, irrompe sulle scene! Questo è forse il mio preferito dei pezzi doom presenti su questo disco, un brano lento e fratturato ma anche avvolgente, rabbioso e disperato allo stesso tempo. Dopo una mazzata del genere c’è bisogno di riprendersi, e così il gruppo ci offre uno stacchetto molto atmosferico dove Darren recita in voce pulita (anticipando un po’ quello che avverrà su “Pentecost III”), il pezzo è “Scars Of The Old Stream”. Segue poi l’ultima lunghissima composizione doomeggiante, “Under A Veil (Of Black Lace)”, ennesima prova sfibrante dotata di un certo retrogusto epico. E tanto per mutare ancora le atmosfere alla fine di questo brano fa la sua comparsa un altro breve intermezzo da meno di due minuti, che parte più tirato e poi rallenta.
Chiude il disco “Dreaming: The Romance”, ed ancora una volta si rimane stupiti. Dopo aver sentito pezzi folk e dark in mezzo alle “isole doom” del disco si potrebbe pensare di aver sentito ormai tutto, ma come reagire di fronte agli ultimi quasi 23 minuti e mezzo di disco, contenenti una composizione ambient?? Fidatevi, sentire tutto il pezzo è un’impresa (peggio che i brani doom!!), ma penso che diverse volte vi lascerete cullare per svariati minuti da questa specie di paesaggio sonoro portatore di una serenità che nei brani precedenti sembrava assente…
E così si chiude il disco.
Certo, gli Anathema in futuro si evolveranno e ci regaleranno dischi che amo molto di più di questo, tuttavia è innegabile quanto già all’epoca la band fosse interessante e abbia prodotto un album storicamente importante e contenente già i segni di ciò che sarebbe avvenuto. “Serenades” è perciò decisamente consigliato a tutti i fan del doom e degli Anathema, i primi non potranno non apprezzarlo per via del contenuto, i secondi potranno invece qui conoscere le origini della band che tanto amano.

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