Un altro gruppo symphonic/gothic metal? Si, proprio così. Ne sentivamo la mancanza? Probabilmente no, ma tant’è. Che cos’hanno di diverso gli Amberian Dawn dalle altre mille band che affollano la scena? Non molto.
Dopo questa introduzione marzulliana, l’idea di base dovrebbe essere chiara: “End Of Eden” è l’ennesimo disco che sfrutta melodie gothic/power/neoclassiche incastonando all’interno del tutto una cantante con estensione da soprano/mezzo soprano. E qui si potrebbe concludere la recensione. È però il caso di fare alcuni distinguo perché, seppur si tratti della solita minestra mal riscaldata, tra i solchi virtuali di quest’ultima uscita a nome Amberian Dawn qualcosa da salvare c’è: anzitutto va detto che la costruzione delle canzoni è più che ben fatta, con una predilezione per il classico costrutto ritornello-strofa-ritornello, ma adeguato alle esigenze del singolo brano. Inoltre le chitarre, che in fase ritmica non si fanno notare più di tanto, danno il meglio di sé durante gli assoli, memori della scuola neoclassica e del maestro Yngwie. Scelta azzeccata, poi, quella che vede come primo singolo estratto dall’album “Arctica”, effettivamente la traccia migliore del disco ed anche la più adatta alla voce della cantante.
Ed è proprio questo il punto debole del sestetto finnico: la voce della singer Heidi Parviainen, la quale vorrebbe appropriarsi di uno stile a metà tra Simone Simons e Floor Jansen, ma che in realtà si dimostra molto meno incisiva delle sue illustri colleghe. Il timbro di cui è dotata la rossa vocalist non è sufficientemente incisivo per potersi permettere di farsi carico dell’emotività richiesta dai brani e, spiace dirlo, ma per quanto possa essere tecnicamente ineccepibile, quello che non convince è l’interpretazione, eccessivamente scolastica.
Tale fattore si rivela, a conti fatti, determinante per l’apprezzamento di “End Of Eden” e risulta complicato quindi reiterare più volte l’ascolto, tanto che la noia prende il sopravvento ben più di una volta.
In sostanza, un lavoro formalmente perfetto, ma che manca di una cosa fondamentale: il cuore. Tutto scorre quasi col pilota automatico e colpi di scena non ce ne sono, si sa esattamente fin dalla prima canzone che cosa ci riserverà il divenire del disco. Questo, misto alla sensazione di già sentito che si respira in tutti i brani, rende il lavoro degli Amberian Dawn sufficientemente trascurabile. Spiacente, ragazzi, ma sarà per la prossima volta.

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