L’allettante cover e la voglia di osservare il lavoro dell’ottimo Jacob Bredahl, singer degli Hatesphere, in un contesto a lui estraneo destano non poche curiosità attorno a questo “Inferno Museum” già prima di aver saggiato gli ascolti iniziali. Il concept, ispirato ad un’opera di Derek Raymond, viene presentato dalla Scarlet come una esplosiva miscela tra Entombed, Motorhead e Kyuss. C’è da dire che, seppur limitativa nei confronti di questa piacevole sorpresa, la descrizione avanzata dalla label risulta da subito piuttosto calzante per la proposta musicale dei quattro, fondata sull’azzardata, ma ben riuscita, convivenza di Stoner, grezzo Rock’n’Roll ed accenni death.

Le premesse per fare bene c’erano tutte e gli Allhelluja non hanno deluso le attese con un album che fa dell’osare, talvolta un pò eccedendo, la propria arma vincente. I versatili vocalizzi di Jacob gli permettono di passare abilmente e con un notevole senso di naturalezza dai growl vitriolici a cui ci ha da sempre abituato ad uno stile più pacato ma comunque caratterizzato dal senso di mirata impurità presente in tutto il corso del disco. Tale sensazione è mantenuta anche grazie all’ottima, volutamente grezza, produzione che riesce a tener testa allo spirito con cui è stato concepito il disco ben valorizzando i riff tremanti ed i bassi striscianti, altrove interpretabili come segni di cedimento ma qui sempre altamente in linea con il resto della proposta. I climax di tempi, le soluzioni sorprendenti ed i colpi di coda offerti dalle strutture eterogenee dei brani fanno il resto offrendo quel tocco di varietà che non guasta mai e che riesce a giovare sulla godibilità e l’ascoltabilità dei dieci brani contenuti.

Destinati a sicure scintille in eventuali comparse live gli Allhelluja, grazie all’ariosità della propria proposta, riusciranno a guadagnarsi un pubblico tanto vasto quanto eterogeneo, in linea con la propria vena creativa di quantità e qualità.

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