Si potrebbe un po’ fare una sorta di parallelo fra questa recensione e quella dell’ultimo album degli Hatesphere. Il motivo è l’abbandono del cantante di entrambi i gruppi, che ormai ha deciso di dedicarsi ad altri suoi progetti. Il problema, nel caso degli Allhelluja, è però che il cantato non era solo qualcosa di estremo, come per il gruppo danese. Nel combo capitanato da Stefano Longhi alla batteria, Jacob Bredahl alla voce aveva letteralmente tirato fuori i cosiddetti attributi, dimostrando di non essere solamente un cantante capace di cantare in scream e growl, sfoderando due prestazioni, nei due dischi precedenti, a dir poco stellari, pregne di personalità e padronanza dei propri mezzi. Insomma una sorpresa, che dava quella marcia in più ad una proposta già di per sè ottima e lodata dalla maggior parte delle recensioni. Ora, se gli Hatesphere hanno trovato un sostituto molto promettente, anche se un po’ acerbo, cos’hanno fatto gli Allhelluja per sopperire alla mancanza di una voce così in simbiosi con la musica? Sono semplicemente andati a prendersi due fra i migliori cantanti metal che abbiamo in Italia, ovvero G.L. Perotti degli Extrema e il mastodontico Trevor dei Sadist. Un duo chiamato a svolgere un compito davvero duro, che si va ad aggiungere alla necessità di trovare un nuovo chitarrista, dopo la defezione di Massimo Gajer. Della serie, non c’è due senza tre! Ed ecco che arriva Tommy Massara, compagno di scorribande di G.L. negli Extrema. Insomma, una combriccola di amici che si ritrovano tutti insieme, per dare alla luce il terzo capitolo discografico di una band che ha sfornato già due ottimi dischi come “Inferno Museum” e il capolavoro assoluto “Pain Is The Game”.
Difficile potersi ripetere dopo un exploit così pazzesco, in effetti, mi secca ammetterlo, i nostri non si sono confermati all’altezza, o almeno non del tutto. Cominciamo col dire che “Breath Your Soul” è un gran bel disco. Con questo nuovo full-lenght i cinque sono andati davvero oltre a tutto quello che avevano fatto finora, osando un po’ di più e aggiungendo altre sfaccettature al loro sound, che ormai è sempre meno definibile. Rispetto a “Pain…” si nota un notevole rallentamento generale delle songs, che sono meno veloci e tirate. Le influenze sono innumerevoli, un cd che è rivolto a tutti, senza esclusioni, incamerando sonorità che vanno dallo stoner, al death’n’roll, al southern, all’heavy più classico.
Veniamo alla parte dolente. Capitolo vocals. Troppa confusione. Se da una parte la voce di G.L. è azzeccatissima, avvicinandosi molto a quella di Jacob e risultando davvero duttile ancor più di quello che mi immaginavo, quella di Trevor la trovo inutile e superflua. E’ assolutamente fuori luogo rispetto all’altra, e le due voci insieme, oltre a scontrarsi a volte in malo modo, sono un po’ troppo in evidenza rispetto al resto degli strumenti, ed è veramente un peccato. Mi sento quindi di bocciare la scelta del doppio singer, che non ha per niente apportato delle migliorie.
Poi, come già detto, c’è questo radicale rallentamento dei brani. Certo, se da una parte si può assistere ad un aumento del groove, dall’altra manca quell’intensità che ti permetteva di ascoltare il capitolo precedente tutto d’un fiato, senza pause e senza alcuna caduta di tono o riempitivo. Qui di sicuro almeno un paio di pezzi puzzano leggermente di filler, e si differenziano un po’ in negativo rispetto al resto.
Non si tratta comunque di una delusione, sia chiaro, sto recensendo un gruppo di musicisti espertissimi, che hanno una carriera alle spalle felicissima, grazie alle loro capacità innate di scrivere dell’ottima musica, come finora hanno dimostrato. E anche qui con “Breath Your Soul” dimostrano di sapere il fatto loro. Chi si erge ad assoluto protagonista e mattatore è proprio il guitarist Tommy Massara, che col suo contributo dona un tocco ancora più completo e convincente al tappeto chitarristico del full-length. Poi la produzione perfetta, che non lascia nulla al caso, dando una giusta potenza al tutto, peccando, come già detto, solo sul fatto della troppa evidenza delle voci rispetto al resto. Da lodare spassionatamente anche la maturità artistica raggiunta, la complessità di alcune songs in alcuni momenti è davvero qualcosa di speciale, e qui gli Allhelluja si confermano una delle migliori nuove proposte dell’intero panorama italiano. Ultima menzione va alle tre cover composte per l’occasione. La prima è “21st Century Schizoid Man” dei King Crimson, posizionata circa a metà del lavoro, che va quasi a mescolarsi con il resto, dimostrando come anche gli stessi Crimson siano un’influenza marcata. Poi, in chiusura, i due pezzi da novanta. Prima nientemeno che “Into The Void” dei Black Sabbath, uno dei pezzi più rappresentativi in assoluto del combo britannico autore di una serie di masterpieces unanimemente riconosciuti come veri e propri precursori dell’heavy metal. Eseguita benissimo, per carità, certo che però Ozzy è Ozzy, e la scelta di un cantato più estremo non premia assolutamente, e toglie molto ad una song così seminale. La seconda è addirittura “Profondo Rosso” dei Goblin, che delle tre è quella più riuscita, un brano a dir poco stupendo, che chiude degnamente un prodotto di altissima qualità.
Che dire, si galleggia su ottimi livelli, questa nuova uscita ha qualcosa in più del primo e qualcosa in meno del secondo disco. Gli Allhelluja si confermano leader in fatto di personalità e prestazioni, peccato per il non raggiungimento della perfezione assoluta che mi aspettavo e per l’aspetto vocale che non convince appieno. Consigliatissimo a chiunque, una prova maiuscola che ancora una volta conferma quanto di buono possa nascere anche nella nostra penisola, in barba a chi ci ritiene inferiori a priori. Ora c’è solo da sperare di poterli apprezzare anche in sede live, cosa che fino a questo momento non è stata possibile, ma vista l’imminente uscita del nuovo Extrema, mi sa che ci sarà da aspettare ancora. Se e quando suoneranno, io ci sarò di sicuro. Voi…?

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