Il semplice fatto che l’artwork di questo disco sia stato disegnato dallo stesso artista che firmò molte copertine dei Genesis dovrebbe dirla lunga. Questo disco, infatti, si staglia con maestria sul prog anni ’70 incorporando buone dosi di hard rock sempre della stessa decade (Uriah Heep e Ken Hensley in testa), sia per le sensazioni da esso emanate, sia per la scelta di creare quella che in realtà è un’unica suite suddivisa di fatto in 10 movimenti per rendere meno pesante l’ascolto. Ciò che piace parecchio è l’approccio tastieristico del buon Alex, votato al funambolismo tipico di un certo Keith Emerson, ma che sa anche mettersi da parte per creare la giusta dose d’atmosfera, così come il mitico Rick Wakeman di fama Yes.
Com’è possibile immaginarsi, non viene creato nulla di innovativo all’interno di questo lavoro, ma guardare al passato ogni tanto fa bene, soprattutto se tale scelta viene fatta con criterio e senza la pretesa di riscrivere la storia della musica. Infatti “The Sanctuary” potrebbe tranquillamente essere uscito nei Seventies ed essere stato riesumato solo ora e nessuno se ne accorgerebbe, tanto è legato a quel periodo, sia a livello compositivo che di suoni e produzione in generale.
Forse l’unico difetto di “The Sanctuary” è quello di lasciar poco spazio alla voce, ma in realtà è una scelta precisa che permette al reparto strumentale di concentrarsi a dovere solo ed esclusivamente su un’ottima esecuzione senza mai dover essere relegato a mero sottofondo. In ogni caso, quello di Alex Carpani è un disco per gli appassionati del genere progressivo con massicce dosi di tastiera, ma se cercate qualcosa di più duro e tipicamente metal, sappiate che avete sbagliato album. Se invece siete dei fan di queste sonorità, potreste scoprire un artista da tenere d’occhio.

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