No, non si tratta degli Afterhours italiani, ma degli After Hours. Risposto all’implicita domanda che tutti aprendo questa pagina si sono fatti, possiamo partire con le presentazioni: questi After Hours sono canadesi e si compongono di cinque elementi, i quali danno vita ad un piacevole lavoro dalle tinte prettamente AOR.
Come vuole il genere, le chitarre sono distorte fino ad un certo punto e la melodia la fa da padrone, ma è anche vero che per saper scrivere grandi canzoni rock non bisogna essere i primi arrivati. A questo proposito va detto che “Against The Grain” è un lavoro estremamente godibile, dal piglio disimpegnato e che non pretende assolutamente di reinventare i canoni di un genere musicale, ma vi si adegua nel riproporli a dovere. Ed è proprio in questo che aleggia il miglior pregio (o il peggior difetto, a seconda dei gusti) della formazione canadese: dopo qualche ascolto il tutto suona già sentito e si pone in essere quel gesto che un artista non vorrebbe mai fosse attuato nei confronti delle proprie opere: il posizionamento su uno scaffale polveroso. Il rimanere un nome tra tanti è una sorte pessima, ma quando si tenta di attingere da un filone che ha già dato molto alla scena musicale il rischio è enorme.
La conseguenza finale è che “Against The Grain” è un buon lavoro, ascoltabile ed apprezzabile, ma che esaurisce in fretta le proprie cartucce ed annoia dopo poco tempo. La sufficienza è quindi raggiunta, ma sulla lunga distanza gli After Hours potevano fare qualcosa in più per rendere più longeva la loro proposta. Peccato.

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