Sesta compilation per la Holy Records, etichetta francese conosciuta per avere al suo interno gruppi fra loro molto eterogenei, anche se tutti rientranti nel panorama estremo. Adesso riconferma tale fama presentando cinque realtà molto diverse. Si parte con i “Soulgrind”, gruppo finlandese dedito a una musica che vive di varie componenti. Qua il combo propone due canzoni estratte dall’album appena registrato “The Origins Of The Paganblood”. Entrambe le song dimostrano legami con il black di stampo scandinavo per la melodia che anima alcuni riff, ma il mood fondamentale è propriamente gotico. Se da una parte il gruppo mantiene le canzoni sempre molto pompate e organiche, dall’altra in questi due esempi non fa niente per elevarsi al di sopra della media dei tanti gruppi abituati alle commistioni fra generi. Tappa seconda, arrivano i fautori di un suono orientaleggiante, molto vicino alla new age: gli Am’Ganesha’N. Da questo nome difficilissimo si può già comprendere parte del carattere che poi si rivelerà con i due brani “Samsara” e “Deva”, due pezzi ambient dove l’elemento più in rilievo sembra essere la voce-lamento femminile che guida l’ascoltatore in un percorso mistico e medianico, che rimanda inevitabilmente a pratiche yogi e terre toccate da religioni indù. Un tipo di musica insomma, molto ostica per i cultori del metal estremo, ma che potrebbe affascinare chi ricerca in essa un tramite per elevarsi a stadi meditativi superiori. Ma ecco che il suono cambia improvvisamente: arrivano dalla Finlandia gli orrorifici Gloomy Grim, gruppo black sinfonico dalle cui fila provengono anche elementi di Thy Serpent e dei sopra citati Soulgrind. I due brani sono prove davvero valide di quello che è il nuovissimo “The Grand Hammering”, album che dev’essere molto appetitoso ascoltando queste premesse. Il black portato avanti dai finnici è uno dei casi più originali e curiosi di come questo genere possa intingersi di trame tenebrose e orrorifiche pur mantenendo sempre la potenza e la violenza tipica di questa musica.
Passiamo al suolo italiano, e a un genere ancora più frenetico e veloce: ecco i Natron. Dalla Sicilia proviene il gruppo nostrano testimone di un death-brutal tecnicissimo e sempre frenetico. Ottime anche queste due prove, che sono le più distruttive e precise di tutto questo viaggio all’interno del paesaggio Holy Records. L’ultima prestazione è dei gotici “On Thorns I Lay”, gruppo che forse può sembrare poco originale per il suono a metà tra strada fra Tristania, Katatonia e Theatre Of Tragedy, ma che sa comunque modellare canzoni emotivamente stimolanti e malinconiche, discreti esempi di come questo genere, un doom-gothic molto emotivo, possa essere sentimentale. Le due tracce qui proposte sono le uniche non estratte da un recente lavoro, ma prese da due album del passato.

Una compilation quindi che mantiene i difetti di tali realizzazioni, ma che nello stesso tempo è molto più gustosa di molte altre del genere. Le proposte sono dispersive e per niente organiche fra loro, hanno quindi l’inconveniente di non esser facilmente assaporate nello stesso modo da uno stesso pubblico, ma rimangono cinque proposte di materiale “nuovo”, non riadattato o sentito già alla nausea, e che quindi potrebbe essere gradito da chi volesse testare più realtà musicali prima di investire soldi in un’unica di esse (non sempre all’altezza delle aspettative).
Una soluzione astuta per conoscere un’etichetta poliedrica.

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