Solitamente i tributi lasciano il tempo che trovano, spesso sono meri espedienti per incrementare le finanze dei musicisti coinvolti, senza nulla aggiungere al panorama musicale. Questa volta pero’ siamo di fronte ad un caso particolare, innanzitutto qui parliamo di un tributo ai Pink Floyd, uno dei maggiori fenomeni musicali di sempre, un gruppo capace di appassionare ascoltatori di qualunque genere, forse l’unico gruppo veramente trasversale rispetto alle settorializzazioni presenti nella musica in generale.
I Pink Floyd hanno segnato un’epoca con la loro musica, se gli esordi erano più difficili da assimilare con lavori impregnati di psichedelia lisergica (“The Piper at the gates of dawn”, “A saucerful of secrets”…) la loro evoluzione ha costituito un evento quasi unico, coniugare quella vena così particolare e figlia dei movimenti musicali radicati negli anni sessanta con elementi via via piu’ moderni e tecnologici e’ stato qualcosa di difficilmente ripetibile. Dischi come “The dark side of the moon”, “Wish you were here”, “Meddle”, “Atom heart mother” sono eventi mediatici, esempi di musica senza confini, senza argini, capaci di atmosfere rarefatte così come di momenti elettrici e rockeggianti, un lavoro come “The wall” ha segnato indelebilmente la musica, un concentrato di idee geniali, musiche al limite della perfezione, con un filo conduttore lirico di fattura degna dei migliori romanzieri. E’ proprio “The wall”, datato 1979, a divenire l’apice della carriera dei Pink Floyd, tormentati dai problemi di droga, dalle bizze del geniale Roger Waters o quelle di Syd Barrett, benedetti dalla chitarra “parlante” di David Gilmour, capaci di dare alle stampe sempre episodi degni di nota, autori di concerti assolutamente memorabili sia per gli effetti che usano in sede live, sia per la capacita’ di riprodurre dal vivo le stesse architetture sonore presenti nei lavori in studio senza trascurare la capacita’ di imporvvisare e stupire gli ascoltatori.
Ovviamente confrontarsi con siffatti “mostri sacri” non e’ affatto facile, pero’ quando si leggono certi nomi qualcosa e’ lecito aspettarsi, e gia’ il primo brano lascia positivamente stupiti, Steve Lukather (chitarra dei grandiosi Toto) si cimenta con “Shine on you crazy diamond”, a sentire il nome di questa canzone c’e’ da farsi tremare i polsi, ma il chitarrista (in questo caso nel ruolo anche di cantante) coadiuvato dall’eccellente Marco Mendoza al basso e da Vinnie Colaiuta alla batteria da’ una versione elettrizzante del classico pinkfloydiano, rendendolo un filo piu’ elettrico dell’originale stando ben attento a mantenerne intatto il fascino musicale.
Se possibile il secondo brano impressiona ancora di più, stavolta e’ Tommy Shaw (Styx, Damn Yankees) a cimentarsi con il microfono sulle note di “Money”, un’altro brano conosciutissimo e reso pressoché identico all’originale se non fosse per l’interpretazione chitarristica piu’ “sporca” e aggressiva di Ritchie Kotzen, anche qui la sezione ritmica rischia di essere pericolosa per le coronarie degli appassionati di quegli strumenti, al basso troviamo Tony Levin mentre alla batteria c’è Mike Baird. L’elemento di questo brano che impressiona maggiormente e’ pero’ il contributo al sax dell’immenso Edgar Winter, il quale riesce ad essere personalissimo suonando praticamente uguale alla partitura originale, il vero tassello fondamentale e’ l’interpretazione che i musicisti riescono a fornire, non una mera esecuzione pedissequa del brano, ma una interpretazione viva.
Vale la pena approfondire un attimo questo aspetto, quello che intendo per interpretazione non va intesa come lo stravolgimento forzato del brano, il variare per forza gli arrangiamenti, questo va bene farlo ma e’ pericoloso, si rischia di produrre una cover brutta o, quantomeno, malriuscita; invece i musicisti qui presenti riescono a dividersi equamente in chi rilegge i classici dei Pink Floyd riarrangiandoli in modo personale ma degno, e chi si “limita” a suonare il brano in modo piuttosto simile all’originale focalizzando l’attenzione sul sentimento, sul pathos infuso nel suonare quelle note. “Comfortably numb” riesce a mediare queste due espressioni, cosi come “Welcome to the machine”, altre invece suonano vicinissime agli originali, permettetemi una citazione speciale per Bobby Kimball, cantante dei Toto (qui presenti con tutti i loro elementi, i fratelli Porcaro, Lukhater e lo stesso Kimball), la sua versione di “Have a cigar” e’ emozionante e riuscita. Da brividi e’ anche Jeff Scott Soto alle prese con “Us and them” altro brano mitico tagato Pink Floyd.
Avrete capito che questo e’ un ottimo tributo, uno di quelli da comperare, per tornare al discorso d’apertura, tanti gli elementi a suo favore, ovviamente gli artisti coinvolti, la produzione ottima, l’incisione eccellente e, ovviamente, l’incredibile valore dei brani in esso contenuti, spaccati di storia della musica, una sorta di greatest hits (anche se di capolavori ne mancano, ovviamente per ragioni di spazio, moltissimi… da “Echoes” a “If”, da “Wish you were here” a “Astronomy domine”, da “One of these days” a “Learning to fly”…) suonato e cantato da un gruppo di artisti di primo livello che riescono a non cadere nella trappola dell’autocompiacimento.
Chiudo dando una nota di merito speciale alla conclusiva “Another brick in the wall part II”, forse il brano musicale piu’ famoso di sempre al pari di “Imagine” di John Lennon o di “Yesterday” dei Beatles, qui presentata in veste particolare e decisamente riuscita, grazie alla prova magistrale di Fee Waybill al microfono e alla chitarra sempre eccelsa del grandissimo Ronnie Montrose, uno di quelli che di pagine fondamentali in ambito musicale ne ha scritte molte.
Per chi conosce i Pink Floyd questo e’ un modo per rivisitare i brani che vi accompagnano da tanto tempo, per riascoltarli in modo diverso e piacevole, per chi (ahilui…) fosse a digiuno di quella leggenda che sono i Pink Floyd, il disco in questione potrebbe essere il viatico giusto per scoprire cosa vi siete persi finora.

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