Dopo ben 22 anni di pace rassicurante vissuta in qualche buio e magari polveroso archivio vede finalmente la luce questo “The Bridge”, teorico terzo album degli americani 707 che la MTM Classix, sottodivisione della MTM Music dedicata esclusivamente alla pubblicazione di album precedentemente non reperibili sul mercato, ha pensato bene per noi e per il gruppo di stampare.
La domanda che sorge spontanea (come recitava un noto giornalista qualche anno fa) è ovviamente la seguente: perché? perché abbiamo dovuto aspettare così tanto tempo? Fosse stato un album talmente mal riuscito da meritarsi in qualche modo l’accantonamento da parte dei suoi creatori, fosse stato legato a qualcuno di quei fatti drammatici che ogni tanto funestano la storia del rock, fosse stato assolutamente fuori dal mercato, ci fosse stato insomma un motivo serio avremmo potuto pure capire questa attesa, ma ascoltandolo oggi la decisione sembra decisamente incomprensibile: semplicemente non piacque, né ai dirigenti della Polygram che aveva assorbito la storica etichetta Casablanca né tantomeno a quelli della Boardwalk Records in cui migrarono presto Kevin Russell e soci, e se non fosse stato per un film dal titolo “Megaforce” probabilmente la storia dei 707 sarebbe pure probabilmente terminata prima del tempo.
Oggi, 22 anni dopo, gli anni che inesorabilmente pesano sul groppone di questo “The Bridge” si sentono tutti, tanto nello stile che nella registrazione/produzione ma questo non toglie che le tracce che lo compongono siano perfettamente in linea sia con i lavori fino ad allora partoriti dal gruppo americano (con le logiche differenze “evolutive” rispetto al precedente “Second Album” dovute anche all’ingresso nel gruppo di Tod Howarth) sia con gli schemi consolidati fino a quel momento dal genere.
“Leader” è una splendida opener pomposa e melodica sullo stile dei mai troppo considerati Styx, “Hungry For Your Love” un boogie rock divertente a cui è difficile sottrarsi, “Message From A Friend” e “Sirens Of The Sea” due splendidi mid tempo dalle armonie avvolgenti, le 3 bonus track conclusive una più bella dell’altra, e sebbene qualche brano risulti meno incisivo di altri (“Head Over Heels” o “Couldn’t Be Better”) complessivamente il giuidizio sul disco non può che essere positivo.

Un disco consigliato ai fan dell’AOR di vecchia fattura ma anche a tutti quelli che vogliono approfondire la conoscenza di un genere che da noi vanta inspiegabilmente più prevenuti detrattori che conclamati sostenitori.

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